GORDON RAMSAY

A CURA DI CHEZ SBARDE’

Prendo spunto dalla visione delle nuove puntate di ‘Cucine da Incubo’ per dedicare un bel post monotematico a Gordon ‘Er Bestemmia’ Ramsay, il più celebrity dei celebrity chef (o chefs? boh ai posteri l’ardua sentenza).

Dice: perché lo chiami ‘Er Bestemmia’?
– Guarda, ti faccio rispondere dal Tubo, clicca un po‘ qui…..
Dice: Ammazza! Ha detto proprio….
– Ha detto proprio!
Dice: allora ‘scosa’. Procedi pure

Troppa grazia. Che stavamo a dì? Ah, già, Er Beste…, cioè, ….Gordon Ramsay da anni imperversa sull’etere con le sue spassosissime trasmissioni di cucina, osannate da schiere di allegri crapuloni e detestate da pedagoghi e benpensanti.

Ciò che ha reso Gordon Ramsay famoso nel mondo, infatti, oltre all’indiscussa arte culinaria (c’ha comunque 21 ristoranti per un totale di 13 stelle Michelin, mica cazzi!) è il suo carattere collerico, nonché il gergo da scaricatore di porto con il quale condisce ogni apparizione televisiva. Ramsay è una creatura ibrida, un mischione scaturito dalla fantasia di un demiurgo bontempone che un giorno, probabilmente perché aveva finito le cartine, ha deciso di riunire l’alta gastronomia e il coattume di Sezze in un unico individuo.

Dice: E quel giorno è nato Ramsay?

– No, è nato Vissani.

Dice: e Ramsay?

– E’ nato più tardi, quando il demiurgo ha mischiato la parlantina dei celebrity chef, la paraculaggine degli scrittori di reality show e la verve degli hooligan scozzesi.

Dice: Mix esplosivo!

Proprio come Chef Ramsay che ormai ha all’attivo una decina di trasmissioni televisive, tra programmi di cucina propriamente detti, gare culinarie, talent show e docu-reality. Tutte di grande successo, per altro. Ma non è tutto oro quello che luccica, e nel corso degli anni, oltre ai successi ‘di pubblico e di critica’ (se dice sempre così), Ramsay ha catalizzato anche le accese critiche delle associazioni vegetariane, le ire del Moige britannico, denunce, accuse di finzione (riferite ai reality). E, dulcis in fundo, una volta in Costa Rica i commercianti di pinne di pescecane a momenti lo sparano perché pare che non s’è fatto li cazzi sua.

Com’è, come non è, io a Chef Ramsay ci voglio bene e seguo le sue trasmissioni con gusto, perché, anche se finte, sono comunque ben congegnate e mi fanno sganasciare.

Di seguito una breve analisi delle trasmissioni più rappresentative.

KITCHEN NIGHTMARES. Il primo docu-reality di Ramsay, che fino ad allora aveva condotto ottimi programmi di cucina, stile Simone Rugiati, Alessandro Borghese o Chef Guerrino (il più grande di tutti). Il format è abbastanza innovativo: Ramsay visita un ristorante al collasso e in una settimana risolve i problemi più evidenti: cucina tossica, cuochi delusi dalla vita, proprietari psicopatici, igiene da campo nomadi, locale che cade a pezzi. In più, e questo già di per sé non è male, offre un restyling completo del locale – a spese della produzione – così fa alzà du’ spicci a qualche arredatore di interni amico suo. Le storie, anche grazie ad un sapiente uso del montaggio, hanno sempre un happy end, con proprietari finalmente desiderosi di vivere e clienti soddisfatti che accorrono a frotte.

La realtà è ovviamente ben diversa, come documentano numerosi blog impiccioni: a distanza di qualche anno i locali ancora aperti saranno sì e no il 10% di quelli aiutati da Ramsay. Tra l’altro la ‘realtà’ questo programma non sa proprio dove sta di casa. Ogni volta che prova la cucina del locale protagonista della puntata, Ramsay boccia qualsiasi pietanza, sputa, vomita e caccia giù un paio di santi. Va da sé che i proprietari rosicano a bestia e tentano di cavargli un occhio con lo svuotamelone.

E’ chiaro che il locale fa schifo, sennò non avrebbe bisogno di Ramsay, ma è altrettanto palese che lui esagera volutamente per fini televisivi.  Gli unici che non blasta sono i camerieri (da giovane sarà stato socialista, come tutti del resto). E, ancora più esilarante, quando si sparge la voce che nel ristorante stanno registrando Kitchen Nightmares (e la voce si sparge perché la produzione mette tanto di cartelli) i clienti accorrono e sono entusiasti di dire che il locale fa cagare.

Infine, dopo 8 stagioni, Kitchen Nightmares è ormai sempre più a caccia di casi umani per aumentare l’audience. Dalle faide familiari ai fratelli che si scannano, passando per perfetti psicopatici, vecchi alcolizzati e tizie che si svegliano dal coma e scoprono che il figlio sta mandando in vacca il ristorante. Ovviamente il risultato è delirante. A Ramsay ormai pure Barbara D’Urso je spiccia casa.

HELL’S KITCHEN. Il più classico dei talent show: un tot di aspiranti chef si sfidano a colpi di sgommarello nel ristorante/studio televisivo di Ramsay in quel di Los Angeles. Ogni settimana Ramsay sottopone i concorrenti a prove più o meno sensate, li sbatte in cucina e a fine puntata ne caccia uno, o se ha le palle girate, anche due. Chi vince becca un premio in danaro e un posto da Chef in un ristorante di lusso.

Anche qui le accuse di finzione si sprecano. I concorrenti sono bene o male tutti cuochi professionisti con anni di esperienza. Allora perché, alla prova dei fatti, non sanno cucinare nemmeno il petto di pollo? Compiono errori troppo grossolani per un cuoco professionista: bruciano la robba, scuociono la pasta, smontano la panna. E ogni volta Ramsay sbrocca, insulta i concorrenti, li caccia dalla cucina, li aspetta fuori e le sfregia coi cocci di bottiglia. E soprattutto, se sono tutti un manica di spastici, perché alla fine al vincitore viene dato in mano un locale à la page? Chi metterebbe mai un localone ben avviato in mano ad uno che brucia il petto di pollo? Per quanto sia divertente, ho smesso di guardare questo programma, è veramente troppo, troppo, troppo finto.

THE F WORD. Il programma più figocon la sigla più figa – nonché l’unico che si occupi strettamente di cucina. Ogni settimana 4 concorrenti, cuochi dilettanti, cucinano un menù di 3 portate ideato da Gordon Ramsay e lo servono a 50 coperti. I clienti, in base alla riuscita del piatto, decidono se pagare o meno la portata. A fine stagione le squadre che hanno totalizzato il maggior numero di clienti paganti tornano e si sfidano.

The F Word è in assoluto il programma di Ramsay più piacevole da guardare. Primo perché Gordon intervista i partecipanti e li insulta ma con brio e leggerezza. Secondo perché lo chef illustra la preparazione di ogni portata. Terzo perché la trasmissione è intervallata da filmati che mostrano cibi particolari – tipo il pulcinella di mare, focus sull’allevamento e la macellazione degli animali, approfondimenti sulle mode alimentari.

La 5° serie è invece tutta dedicata all’incoronazione del ‘Miglior Ristorante della Gran Bretagna’. Ogni settimana i gestori di due ottimi ristoranti di cucina inglese o straniera (italiana, cinese, messicana e via dicendo) preparano il consueto menù di 3 portate. Chi colleziona più ospiti paganti passa il turno. Una gara molto appassionante, che garantisce una notevole pubblicità ai diretti interessati. Consiglio la visione a tutti.

Seguono poi Gordon’s Great Escape (Inedito in Italia): Ramsay visita India e Sudest asiatico, mangia cose e vede gente. Gordon Ramsay: Cookalong Live: lo chef cucina in studio, la gente applaudono.  Gordon Behind Bars, l’ultima creazione del vulcanico scozzese: Gordon lavora per sei mesi nella prigione di Brixton e insegna ai carcerati come cucinare e gestire un brand di cibi pronti da vendere nei supermercati locali. Idea carina. Chissà se Ramsay insulterà gli ergastolani e verrà accoltellato sotto le docce.

My Two Cents. Ramsay o si ama o si odia. Io lo amo perché mi fa ridere.

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  1. In realtà master chef l’ho volutamente omesso perchè oltre a Ramsay ci sono anche due altri tizi che rovinano il panorama e rosicchiano spazi a Er Bestemmia (che sfacciati!).

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